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La relazione che aiuta: counseling e PNEI - Dove mente e corpo si incontrano
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Dove mente e corpo si incontrano
La psiconeuroimmunologia cerca di dimostrare il legame tra i pensieri e il funzionamento delle cellule immunitarie: i nostri pensieri possono influire ad esempio sull'attività dei linfociti.
C'è un vecchio principio metafisico che afferma: <I pensieri sono cose>. Un concetto che può andare bene per i metafisici, ma di fronte al quale gli uomini di scienza continuano a storcere il naso, nonostante sia ampiamente dimostrato condizioni di stress abbiano un grave impatto sul sistema immunitario.
Stress temporanei come prepararsi a un esame possono abbassare in maniera impressionante i livelli corporei di interferone, riducendoli letteralmente a zero. L'interferone è indispensabile perché certe cellule del sistema immunitario possano lavorare. Tra le cellule immunitarie, ad esempio, c'è un linfocita noto come cellula killer naturale, con due compiti: primo, pattugliare il corpo e scovare cellule infettate dal virus per eliminarle; secondo, scovare e distruggere cellule cancerogene. Purtroppo la scienza medica attuale non ha ancora trovato una cura contro i virus, e la terapia per il cancro è ancora a uno stadio molto rudimentale. Non è incredibile, comunque, che il nostro corpo possieda linfociti in grado di effettuare funzioni così importanti?
Negli studenti lo stress da esami provoca spesso raffreddori, mal di gola o altre malattie di minore gravità: forse un risultato della mediocre attività delle cellule killer, a sua volta causata da bassi livelli di interferone. Vi è mai capitato di vivere un periodo particolarmente stressante e poi, subito dopo, contrarre un raffreddore o l'influenza? Probabilmente sì, ma per fortuna il corpo si riprende molto in fretta dagli stress acuti e dalle disfunzioni immunitarie che li accompagnano. Lo stress cronico è molto più dannoso per la salute che lo stress a breve scadenza.
Se subite uno spavento mentre guidate nel traffico, ad esempio, l'organismo reagirà all'istante. Un minuto dopo prevarrà di nuovo la calma, a meno che non decidiate di crogiolarvi nella rabbia e nella frustrazione. E spesso si fa proprio questo. Ecco un esempio: certe volte lo stress del matrimonio è talmente penoso che si decide di ricorrere al divorzio, ma, tenendosi dentro per anni gli antichi rancori, finiamo per trasformare la vecchia situazione in un fattore tuttora stressante. Ed è allora che lo stress diventa cronico.
Nel 1936 il medico e fisiologo dottor Hans Selye descrisse la fisiologia dello stress cronico, che egli chiamò sindrome da adattamento generale. Selye notò che, se i topi cavia erano sottoposti a stress cronico, le loro ghiandole surrenali si ingrandivano parecchio, mentre il timo - la fonte dei linfociti - diventava molto piccolo. Benché negli anni trenta si sapesse molto poco sul sistema immunitario, era ovvio che lo stress cronico peggiorasse le malattie. Le sue osservazioni avevano a che fare con un ormone chiamato corticosterone, che negli umani è detto cortisolo. Quando siamo stressati cronici, l'ipotalamo nel nostro cervello secerne un ormone chiamato ACTH, o adrenocorticotropina, che si lega alle cellule nella corteccia esterna delle ghiandole surrenali e le induce a produrre e secernere cortisolo. Col passare del tempo, la ghiandola diventa sempre più grande, se costantemente sollecitata a produrre una maggior quantità di cortisolo; a breve termine, si tratta di un ormone di riparazione, mentre a lungo termine si trasforma in un inibitore del sistema immunitario. Oltre a prevenire la formazione di nuove cellule immunitarie, inibisce anche le attività di quelle già esistenti nell'organismo.
Lo stesso Hans Seyle sperimentò una remissione spontanea da un tipo di tumore che spesso conduce a morte rapida: il mesotelioma. Quando il medico lo informò che probabilmente gli rimanevano solo pochi mesi di vita, lui decise di scrivere le sue memorie. Mentre scorreva alcuni vecchi diari si imbatté in parecchi episodi dolorosi che gli erano capitati in passato, tra cui il furto delle sue scoperte scientifiche da parte di un presunto amico mentre era ancora alla scuola medica. Pensò allora che poteva decidere tra liberarsi di quei ricordi dolorosi oppure rimuginarci su, e alla fine scelse di sbarazzarsene e non includerli nelle sue memorie. Continuò a raccontare il suo passato in questo modo, cioè liberandosi dei vecchi crucci. Quando si presentò alla visita di controllo, un anno dopo, il medico scoprì che il cancro era scomparso! Che la sua remissione fosse collegata alla pratica del perdono e all'essersi liberato dello stress cronico? Non abbiamo una risposta definitiva a questa domanda, ma certo potrebbe trattarsi di un'ipotesi ragionevole.

