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La relazione che aiuta: counseling e PNEI - La relazione che aiuta e cura

 

La relazione che aiuta e cura

Così anche le attenzioni e le coccole di chi cura possono stimolare la mente di chi le riceve a… far star meglio ancora il corpo. E tutto ciò vale, lo sappiamo, anche in amore. Pensiamo all'innamoramento. Sarebbe bello, dunque, se con la Relazione Operatore/Malato si arrivasse a far re-innamorare della vita chi soffre, non è vero? E con tutte le conseguenze psiconeuroendocrinoimmunitarie appena considerate?
Chi è resistente allo stress e sopporta le inevitabili sofferenze della vita senza tormentarsi nell'infelicità è spesso in grado di prosperare nei momenti difficili perché fa riferimento a una serie di valori che inseriscono crisi e difficoltà in una prospettiva positiva. Coloro che devono lavorare duramente ma si impegnano nel loro lavoro perché convinti che stanno aiutando la gente, ad esempio, sono meno stressati di coloro che non sentono alcun tipo di impegno. Il significato che attribuiamo a qualsiasi situazione stressante -che si tratti di un lavoro, di una malattia o della morte di una persona cara- ha una grandissima importanza nella nostra capacità di affrontarla, e addirittura può essere una decisione di vita o di morte.

Victor Frankl, psichiatra, sopravvisse all'olocausto nazista di Auschwitz, il lager liberato alla fine della seconda guerra mondiale. Egli osservò che, tra i suoi compagni di sventura, chi riuscì a trovare un significato alla propria sofferenza fu in grado di sopravvivere, se non era stato ucciso prima dai nazisti, fino alla liberazione. Queste sì che erano persone capaci di cavarsela nelle avversità! L'autore racconta inoltre come alcuni di loro, avendo perso la volontà di vivere, morivano nel giro di poche ore di un attacco cardiaco oppure soccombevano semplicemente alle infezioni. Frankl fu uno dei primi a scrivere di psiconeuroimmunologia: "Chi sa quanto sia stretta la connessione tra la mente di un uomo -e il suo coraggio e speranza o la loro assenza- e lo stato immunitario del suo corpo, comprenderà che l'improvvisa perdita di speranza e coraggio possono avere un effetto mortale".

Questa è l'idea di fondo: chi tratta con il disagio e sta con chi soffre può fare in modo che in lui o lei prendano vita o forma speranza e coraggio.
Speranza e coraggio nel cuore e nella mente, neuropeptidi che si attaccano ai recettori delle cellule in tutto il corpo e così avviano o interrompono la sintesi proteica che è vita.
Ecco: speranza e coraggio all'inizio di una catena che si conclude con la vita. Di quale vita si tratta? Qui a rispondere è il personale mondo della persona verso cui l'azione è protesa; purché si concordi sul fatto che non sarà mai la quantità di una vita a farne la significatività, ma sempre la qualità delle cose sensate che ciascuna vita contiene.

E c'è ancora un'immagine su cui si sofferma l'incessante pensare: chi non ha mai provato la particolare sensazione che si ha in presenza, o contatto, di certe persone?
È come se esistessero persone che sanno trasmettere, indipendentemente dal lavoro svolto, una sensazione di calma di fondo, di sicurezza, benessere, serenità, speranza e coraggio.
E chi tra gli operatori sanitari o sociali si avvicina a possedere alcune di queste caratteristiche, è anche tra i più amati e attesi da chi soffre. Quasi indipendentemente dalle competenze professionali, se sono solo perfetti tecnicismi!
Ecco, ancora: perché non tentare un'adeguata coniugazione tra i concetti espressi in quest'ultimo paragrafo? E proprio per svolgere la nostra professione?
Altrimenti è come dire: "Vorrei, vorrei…" e poi tutto resta come prima. Una fatica inutile. Senza senso, né utilità per alcuno. Tempo perso.
E non c'è nulla di peggio per alcun uomo, ancor più se sofferente, che sapere o temere il non-senso.
Che la vita non abbia senso, che il dolore non abbia senso. Che non si abbiano radici, come direbbe Simone Weil.
Grande invece l'operatore, se diviene uno che sa sussurrare sull'anima di chi soffre, e che apre la mano per accogliere, nel palmo amorevolmente spalancato e disponibile, chi ha bisogno di abbandonarsi ad una relazione. Quella relazione che, per ciò che è giusto sia, lo curerà. Lo farà sentire bene.

 


copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 5, Aprile 2004