- Categoria: Scuola e dintorni
Uno spazio per la mediazione delle controversie a scuola
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Il tema della mediazione nei contesti formativi ha sollecitato in questi ultimi anni un interesse crescente da parte di insegnanti ed educatori, anche a seguito degli episodi di sopraffazione e bullismo che hanno portato all’attenzione dei media una realtà che probabilmente è sempre stata presente in forma endemica all’interno delle scuole, senza però che tale fenomeno ricevesse una considerazione adeguata o venisse considerato un fenomeno altamente problematico.
In questo senso qualcosa è certamente cambiato in quest’ultimo decennio, in particolare per quanto riguarda la sensibilità di tutti i soggetti coinvolti nel percorso educativo, in primo luogo gli alunni, gli insegnanti e i genitori, rispetto al ruolo che i conflitti svolgono nella società odierna (Simpson, 1998: 24). Se per un verso la lettura diffusa che viene data del fenomeno pone in evidenza l’impoverimento delle pratiche e della nozione stessa di convivenza civile all’interno di un contesto, come quello scolastico, che per definizione appare deputato allo sviluppo di competenze relazionali e di comunità, dall’altro risulta chiaro che tali dimensioni rappresentano una vera e propria sfida per una progettazione educativa, non più basata esclusivamente su una trasmissione verticale di contenuti e comportamenti, ma che richiede invece la promozione di modelli differenti, fondati sul riconoscimento del valore dei rapporti orizzontali, e in particolare sullo sviluppo della peer mediation come strada maestra per la risoluzione dei conflitti (Cohen, 1995; Simpson, 1998).
Cos’è il conflitto
Vi sono molteplici definizioni di cos’è un conflitto. Ad esempio Boulding (1962: 5) definisce il conflitto come “una situazione di competizione in cui le parti sono consapevoli dell’incompatibilità di potenziali posizioni comuni e in cui ogni parte vorrebbe occupare una posizione che è incompatibile con i desideri dell’altra”. Secondo Coser (1969: 232) “conflitto è una lotta sui valori o una rivendicazione rispetto a status, potere e risorse scarse, in cui le parti confliggenti mirano non solo a rafforzare i valori desiderati, ma anche a neutralizzare, danneggiare o eliminare i loro rivali. Per Himes (1980: 14) il conflitto è “la lotta intenzionale tra attori collettivi che usano il potere sociale per sconfiggere o eliminare gli oppositori e guadagnare status, potere risorse e valori insufficienti”. Hocker e Wilmot (1985: 21) intendono il conflitto come “una lotta aperta tra almeno due parti interdipendenti che percepiscono obiettivi incompatibili, risorse scarse e interferenze da parte degli altri nel raggiungere i propri obiettivi”. Per Glasl il “conflitto sociale è un’interazione tra agenti (individui, gruppi, organizzazioni ecc.) in cui almeno un attore percepisce un’incompatibilità con uno o più attori nella dimensione del pensiero e della percezione, nella dimensione emozionale e/o nella dimensione della volontà in una maniera tale che la realizzazione venga ostacolata da un altro attore (1997: 14).
Diversi studiosi operano inoltre una distinzione tra conflitto latente e manifesto (Boulding, 1962; Rummell, 1976, Moore, 2003). Se almeno una delle due parti è inconsapevole dell’incompatibilità delle proprie finalità o interessi, il conflitto è latente. Se invece entrambe le parti sono consapevoli di tale incompatibilità, e adottano consapevolmente posizioni reciprocamente discordanti, allora il conflitto diviene manifesto.

