- Scritto da Enrica Gaetano
- Categoria: L'AltraNotizia
Come si genera l'esperienza soggettiva del tempo
Perché in alcune situazioni ci sembra che il tempo scorra molto velocemente e in altre occasioni ci sembra al contrario che non passi mai, che sia eterno, e ci accorgiamo di guardare con impazienza l’orologio sperando che sia passato almeno una buona mezz’ora dall’ultima volta che l’abbiamo fatto, cioè cinque minuti prima?
Accade altresì molto spesso che le situazioni in cui il tempo “vola” e quelle che consideriamo “infinite” siano definite piacevoli per la prima condizione e noiose per la seconda, tanto da chiedersi se esista una relazione tra spazio e tempo e come questa si concretizzi a livello neurale nella memoria autobiografica.

Le espressioni facciali sono state sempre considerate come prodotte dalla contrazione dei muscoli facciali. Alle espressioni facciali è stata data una connotazione interpretativa a seconda del contesto sociale e culturale di appartenenza. Di fronte ad una sollecitazione ambientale che giunge all’individuo, secondo le conoscenze fino ad adesso note, si produce un movimento dei muscoli facciali. Questo movimento diviene un input che viene decodificato a livello cerebrale, dando un’interpretazione ad esso e associandolo cognitivamente ad un’emozione. In altre parole, di fronte ad una situazione di pericolo, il viso dell’individuo mediante una contrazione dei muscoli facciali invia un messaggio al cervello. A tale messaggio viene data, a livello cognitivo – emozionale, una certa valenza interpretativa. Il soggetto vive quella contrazione dei muscoli del proprio viso come un’espressione facciale che corrisponde alla paura. Con il tempo, in base agli apprendimenti, si crea una corrispondenza fra espressioni del viso ed emozioni. In altri termini, alla paura corrisponde una certa espressione facciale, allo stupore un’ulteriore espressione facciale, così come alla gioia etc.
La mancanza di sonno può letteralmente uccidere la nostra vita sociale. I ricercatori dell’University of California, Berkeley, hanno scoperto che le persone che dormono poco si sentono più sole e meno inclini a dialogare con gli altri, evitando il contatto ravvicinato quasi come le persone che soffrono di ansia sociale.