- Categoria: Vivere di Scuola
Un po’ di Cuore a scuola non fa male
La prima volta che ho letto il libro Cuore avevo otto anni: era il regalo della mia maestra per la Prima Comunione. Lei sembrava proprio nata dalla penna di Edmondo De Amicis, perché era buona e paziente, aveva un modo pacato di rapportarsi con noi alunne, che considerava delle figlie, visto che lei non aveva provato la gioia della maternità , ma soprattutto perché era capace di infondere quei buoni sentimenti che non passano mai di moda.
Il racconto di Enrico, il protagonista del libro Cuore, mi appassionava e mi catapultava in una scuola in cui si esaltavano i valori della famiglia, della patria, del rispetto e della solidarietà. Eppure, anche allora non mancavano le criticità: invidia, superbia, reiterati atti vessatori nei confronti di coetanei, che oggi definiremmo “bullismo”, ma c’era il mondo degli adulti pronto a redarguire, a insegnare, a dimostrare, con l’esempio, la sua autorevole capacità di indirizzare le menti dei bambini verso finalità positive.

Educatori, insegnanti, genitori sono sempre più in difficoltà nell’inquadrare da un punto di vista pedagogico questa nuova generazione di adolescenti. L’unica certezza degli addetti ai lavori è nell’evidenziare un’intrinseca fragilità sia a scuola che negli ambienti dell’educazione non formale. Se questo tratto dei giovanissimi è innegabile, troppo spesso chi si occupa di educazione trascura di fornire antidoti alla noia, stimoli e progettualità utili a rafforzare autostima e senso di autoefficacia. Da questo avvio la riflessione, riassunta in questo articolo, che scaturisce da tanti anni di esperienza come educatore e insegnante nelle scuole secondarie superiori.
Questa volta ero dall'altra parte, seduta tra gli alunni e i genitori. Sono in pensione ma ho voluto, nonostante tutto, essere presente agli esami dei ragazzi ai quali ho insegnato per due anni. Ho cercato di vivere le emozioni assieme a loro, guardando con occhi diversi la realtà di un passaggio obbligato e comunque necessario, il momento in cui le domande diventano, come per incanto, un ponte di comunicazione tra il prima e il dopo, il passato e il futuro.
Entrano in classe come se dovessero coprirsi dalle intemperie, guardano dritto senza salutare l'insegnante e si siedono al loro banco aspettando chissà cosa. Ogni giorno questi ragazzi mi sfidano, mettendo a dura prova la mia pazienza, rifiutando ogni forma di interazione e di accoglienza. Passano le ore in uno stato di letargia o iperattività, con lo sguardo assonnato o in preda a un meccanismo di instabilità motoria che li porta a girovagare per la classe come se dovessero misurare il tempo e lo spazio della loro dimensione. Sono i cosiddetti ragazzi “difficili”, termine generico e non sempre definito che accomuna i disadattati che non riescono a trovare nell'istituzione e nel gruppo scolastico il senso di integrazione e di appartenenza.